Mi dispiace

Beh, come dicevano in “Tanta voglia di lei”, mi dispiace, devo andare, il mio posto è là.
Ho preso la tanto agognata decisione, me ne vado. Ufficiosamente, come sempre.
Mi conoscete, faccio perdere le mie tracce e poi rinasco in qualche altra zona remota dell’internet, e sticazzi, stavolta faccio lo stesso. Non ho mai seguito la mia strada per percorrerne di altre, altrui. Ho sempre scritto sperando di saperlo fare e sempre alla ricerca di tante, tantissime conferme, perché di mie non ne ho quasi mai avute.

Cosa è cambiato? Niente, assolutamente. Le conferme continuano a non esserci, tranquilli. È la mia speranza di averle che è andata via (ma, ci tengo a dirlo, con un sorriso).
Continuerò ad avere un blog, continuerete a leggerlo. Ma un decimo di voi.
Ho bisogno di piacere a me quando straccio il foglio con la penna, ho bisogno di fare, usando una licenza poetica, i ca__i miei (yeah).

D’ora in poi scriverò di me, scriverò secondo me. I panni sporchi o li lavi in famiglia, o li bruci comprandone di nuovi.
Ciao ai più,  addio agli altri.

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A quanto pare non smettiamo di avere incubi, vol. 2

Roma è diversa, Roma è bella.

Il riflesso dei fanali delle automobili sull’asfalto, così rassegnato ad accogliere quella pioggia incessante, non è nemmeno così male. Tutt’altro, anzi.. Lo definiremmo quasi gradevole.
Io ed il mio lettore mp3 stiamo aspettando il verde dell’attraversamento pedonale, e saremmo soli se non fosse per l’anziana signora che aspetta a sua volta la stessa identica luce verde. Indecifrabile questa cosa, la calma e il rilassamento di una persona anziana e la fretta innata con cui nasciamo noi giovani. Questo pensiero mi fa sentire almeno al di sopra della media di noi ragazzi, e un po’ mi rasserena.

Io, sereno nonostante la pioggia.

Valutando il tutto con la dovuta ironia, sembreremmo due atleti per niente prestanti sullo start di una corsa generazionale. Una corsa che, con i dovuti criteri, vincerei di sicuro io dal momento in cui il gap è di almeno quarant’anni, se non cinquanta.
Questa buffa immagine di noi in canotta con tanto di numeretto ad altezza del petto, mi lascia scappare un sorriso. Mentre cerco di assecondarlo con la massima discrezione possibile, il tanto atteso dischetto verde si illumina.

Rosso che diventa verde, e verde che diventa rosso. L’ipnotico alternarsi di due colori complementari, ma che vanno così in disaccordo. Se il semaforo non fosse così recente, nutrirei addirittura il dubbio che quei due colori siano stati inventati apposta per regolarizzare qualsiasi traffico del mondo.

Riusciamo ad arrivare alla prima metà della strada attraversando per intero la prima carreggiata fino all’isola spartitraffico, ma il cerchietto torna rosso e ci vediamo costretti ad aspettare un’altra gara di velocità, nonché ad essere la triste pantomima della lepre e della tartaruga.
Tolgo le cuffiette, così solo per educazione. Almeno nei paesi, persone che si trovano forzatamente nello stesso contesto per più di tre o quattro minuti sono solite scambiarsi convenevoli, soprattutto per quanto riguarda il tempo, gli incidenti, e chissà quali altre piaghe in continua evoluzione durante quel secolo. Ma dal fronte dell’anzianità nessuna parola, anzi. Lo sguardo è dritto verso avanti, la massaia più stacanovista del mondo pensa soltanto al suo lavoro e non ha tempo per conversare.
La busta che aveva alla mano destra cade a terra, facendomi sobbalzare, essendo all’apparenza piuttosto pesante. Cerco il suo sguardo, curioso e dubbioso: infatti, non so se la buona norma dell’aiutare possa funzionare anche in una città come questa, o magari il piercing in più o il tatuaggio rendano schive le persone di un’altra scuola di pensiero.

“Signora, se vuole posso darle una mano.” L’aria diversa, l’aria di un’altra città mi mette un umore positivo addosso, mi fa sentire migliore. La donna si volta solo una volta verso la mia direzione, e quegli occhi sono di un azzurro così intenso da poter far impallidire anche la più bella e magnetica tra le ragazze del duemilaquattordici.
“Sì, grazie.” annuisce la donna. Le risparmio anche la fatica dell’abbassarsi per prendere la busta, ma noto con sorpresa che effettivamente quel sacchetto è un bel po’ pesante. Non ricordo quale battuta mi uscì al momento, per evidenziare il fatto, fattostà che tra noi due nessuno rise. Lei per il suo essere gelida, io per l’imbarazzo di una stronzata andata a vuoto. Si sa, la vecchiaia è diffidente.

Il semaforo ci dà una seconda possibilità, ed io mi avvio nelle vesti di protettore dell’anziana donna per tutta la seconda carreggiata. Tutto senza intoppi, fin quando arrivato sull’altra sponda del fiume di cemento non mi rendo conto di aver attraversato la strada da solo.
Mi volto istintivamente, e la signora è ancora lì, nello stesso punto e nella stessa posizione in cui si trovava quando mi sono offerto di aiutarla. A quel punto, in quanto esponente della fazione dei giovani, comincio a deridere un po’ la sua sbadataggine, seppur solo mentalmente, visto che l’evidenza parlava chiaro. Quella che sembrava una mistica figura era solo una vecchietta che si perdeva nei suoi pensieri, quali cosa cucinare per il pranzo e, una volta mangiato, cosa preparare per il giorno seguente. Ma la sua espressione era stranissima.

Ma io non ho mai visto un’espressione così divertita, né così cattiva, sul volto di una persona. Nonostante i sei o sette metri di distanza, la giornata piovosa avvicinava la sua faccia a meno di due metri dal mio viso. Qualche automobile interrompeva il nostro contatto visivo, ma nient’altro osava intromettersi in quel legame dove il nylon della vista ci univa come due barattoli di latta. Il braccio sinistro che si sviluppava parallelamente fianco all’improvviso si alza, e accenna un saluto in mia direzione.
“Questa proprio non l’ho capita, fottuta schizzata.” penso in quel momento, ma d’un tratto la deflagrazione che parte dal mio bagaglio provvisorio emette solo un gran fischio, e la mia attività cerebrale si affievolisce fino a raggiungere lo zero in un solo scoppio.

a05507 al semaforo

Dittature oniriche: di sogni e violenza.


C’è un palazzo, di fronte a me. O meglio, di fronte a me c’è l’entrata di questo palazzo.
Un portone di vetro, con delle barre verticali laccate in alluminio sporco che poggiano rispettivamente su lato alto e lato basso della cornice delle due porte. Sono a tre o quattro metri da quel’ingresso, e riesco quindi ad accorgermi del fatto che è aperto, anzi, socchiuso. Mi avvicino e mi accorgo che quel portone è stato costruito male, poiché lo stipite con la maniglia non combacia con quello della porta a fianco, bensì lo sovrasta. Cornice sovrapposta a cornice, come le arcate dentali del Neanderthal, che non combaciano ma si sovrappongono. Quel portone è stato studiato per non essere mai chiuso.
Penso che sarà orribile.
Appoggio la mano sulla maniglia, tiro la porta verso di me per aprirla. Il peso che effettuo sulla maniglia deve aumentare improvvisamente a dismisura e andare in direzione opposta di quello che incontro, infatti mi rendo conto che i cardini non reggono e la porta sta cadendo verso di me.. Fortunatamente non è troppo grande, è uno di quei portoni di ingresso da condominio, e riesco ad evitare il tutto lasciando cadere il peso morto al mio lato, senza troppi intoppi.
In quel momento la mia attenzione è catturata dal citofono, sulla parete a destra. Una parete di marmo posta perpendicolare alla porta, come per racchiudere l’entrata già all’interno del palazzo. Essa è spessa al massimo quaranta centimetri,  ci saranno all’incirca tredici cartellini sul citofono, ovviamente se non contiamo quello rotto, tutti con segni di cancellature a penna, tranne uno. Il sovracitato. Quest’ultimo è totalmente bianco, come se nessuno avesse neanche provato ad utilizzarlo allo scopo per cui era stato studiato. Sento freddo e istintivamente mi infilo all’interno del palazzo, spendendo sì e no quattro passi per muovermi.
L’interno è tutto illuminato dal soffitto. Dei tubi al neon si estendono per la lunghezza del corridoio trasversale, sul soffitto, esattamente al centro. Incassati in delle prigioni per fuochi fatui che meglio rispondono alla definizione di “lampadari”, per questa dimensione, ma quelle luci sono a loro volta innaturali. Non mi guardo granché attorno, sento l’irrefrenabile voglia di arrivare in cima a quel palazzo e non ho idea del perché ho quella pulsione, ma decido ugualmente di provarci. Boccio a priori l’ipotesi dell’ascensore, e cerco un imbocco per le scale che trovo prontamente alla mia destra, dopo una curva strettissima. Più un’imposizione architettonica che una strategia di abitabilità.
Sobbalzo e tremo. Non sono terrorizzato ma mi sento un freddo insopportabile dentro quando mi accorgo che, seduta sul secondo gradino, c’è una figura innaturale.
Un uomo ricoperto di toppe, toppe ricucite tra loro che si estendono su tutta l’area di quella persona e che non lasciano intravedere niente di quest’ultima, tranne il solco in cui è come scavata la bocca. Tuttavia l’aderenza della sua “seconda pelle” non viene tradita, poiché le toppe terminano con mille giri di ago e filo su entrambe le labbra. Superiore ed inferiore.
Nell’esatto momento in cui mi chiedo se agirà o meno, se mi possa dire qualcosa o attaccarmi, quella persona alza lo sguardo dal pavimento ruotando la testa in mia direzione, guarda dritto verso di lui. Un secondo ascensore, che somiglia più ad un montacarichi, emette un flebile brusio in corrispondenza del quadro elettrico incassato al fianco dell’imboccatura. Lo sguardo di quell’essere torna su di me, ed una voce più che pacata e rasserenante mi dice “Lei non è qui.. No, mi dispiace. Non è nemmeno qui.”
A quel punto mi sento come svuotato, scoppio in lacrime verso quella figura che nonostante l’impatto visivo quasi sobbalza a sua volta nello scoprire quell’exploit emotivo, e mentre gli chiedo spiegazioni su tutto ciò che sta succedendo mi sento le gambe deboli, o inesistenti, e cado in avanti. Fortunatamente le mani sono ancora abbastanza reattive, e proteggono l’impatto tra il suolo e quella che spero sia ancora la mia faccia.
“Io.. che cazzo ci faccio qui?” Gli chiedo, cercando di darmi una dignità e di sopprimere ogni singhiozzo prima che prenda il largo in quel mare di tensione che c’è tutto attorno alla mia testa.
“Questa è la prigione.”
“Quale prigione?”
“Quella che hai costruito. E lei non c’è.”
“Ma lei chi?!”
“Hai voluto liberarla, e con lei tutti quelli che avevi legato a te in tutti questi anni. Tutti i nominativi sono stati cancellati, tutti gli inquilini hanno ricevuto lo sfratto. Sei l’unico colpevole del tuo reato, adesso.”
Cerco di fissarlo in corrispondenza dei due incavi dove immagino debbano essere gli occhi, e mi biasimo da solo per quel barlume di razionalità che in quella situazione sembra tutt’altro che utile. Non ho la forza di chiedergli spiegazioni, non voglio averne. Vorrei solo scappare da lì, ma ogni centimetro quadro di quel posto sembra un’effige della mia tomba. Come se qualsiasi scorcio o oggetto portassero il mio nome, in ogni angolo.
Mi sono sentito colpevole come non era mai successo, comincio ad avere ancora più freddo, tant’è che mi accorgo dopo un po’ che il vapore che espiro potrebbe far invidia al fumo di una sigaretta.
Torno a memoria dietro la curva, dove ho scardinato la porta, ma ora non c’è altro che un muro con una foto di famiglia. Sembra la mia. Mi avvicino e scorgo in realtà persone del mio paese, in un enorme semicerchio, tipo quaranta o cinquanta persone, disposte sorridenti uno affianco all’altro in due file, superiore e inferiore. Come le fotografie delle squadre di calcio per intenderci.
La strappo dal muro e la lancio in un angolo del muro. Per intuito e sempre per inutile razionalità penso che di solito i cestini per la carta straccia sono negli angoli dei muri. Ma l’ho solo immaginato e il foglio di carta finisce a terra, rotolando per poche decine di centimetri.
In quel momento mi si spalanca un sorriso sul volto, quasi come se  non fosse mio, le lacrime che si stavano seccando sulle guance cominciano a bruciare come se le stessero corrodendo, e la figura a toppe si alza di scatto e mi corre incontro, abbracciandomi quando mi raggiunge.
“Adesso sei pronto a morire.” La figura sta piangendo al posto mio, adesso.

Mi sveglio.

doorbell

Water on Draft

“Stanotte frà, game over
mi sveglio con l’hangover
col cuore tra le stelle
ma la testa nel cofano di una rover.”

A fare i conti con tutto, diventi tra i tanti.

Stanotte io sono stato altrove, io stanotte ho fatto i conti con tante cose.
Con la realtà, con l’odierna concezione di “fuga”, con l’irrealtà.

Non succedono, le cose. Gli avvenimenti non capitano, ma ti investono, più che altro.

Sono sempre stato un po’ borderline, ok, ma almeno sono sempre sembrato tutto ciò che non sono,
forse perché sono sempre stato abituato a non essere me.
Il mio acquario è troppo piccolo per dirti che sono un pesce pagliaccio, non devi sapere che pesce sono. Sono un pesce piccolo e di conseguenza ho paura degli squali, sono un pesce pagliaccio che si gonfia come un pesce palla. Ma pur sempre un pesce molto, molto particolare.
Un pesce che parla molto bene, che si esprime alla meglio, ma che tuttavia non riesce ad utilizzare al massimo le sue bolle di parole per dirti cosa pensa e come si sente, e di conseguenza l’acquario resta lì impantanato, l’acqua fermenta tutti i nitriti e i nitrati necessari a riprodurre un clima tropicale e diventa vodka.

E tu sei un pesce palla pagliaccio fottuto.